Gli aruspici del marketing digitale

Roma, 44 a.C. Le idi di marzo si avvicinano. 
Spurinna, l'aruspice, ha letto i segni. E ha detto a Giulio Cesare con tutta la chiarezza di cui era capace: attento alle idi di marzo.
Shakespeare ce lo racconta con quella scena che non si dimentica. Cesare, sulla strada verso il Senato, incontra Spurinna. È il 15 marzo. Cesare lo guarda quasi con ironia: "Le idi di marzo sono arrivate." Spurinna risponde: "Sì, Cesare — ma non sono ancora passate."
Poche ore dopo, Cesare è morto.
La previsione era giusta. Il problema non era la qualità dell'analisi. Il problema era che chi doveva ascoltarla aveva deciso di non farlo.

Il Giulio Cesare di Shakespeare è, tra le altre cose, la tragedia delle previsioni.
Presagi, aruspici, sogni profetici, avvertimenti ignorati, segni letti nel cielo e nelle viscere degli animali. Non si può non amarlo se ci si occupa di marketing o di software predittivo — perché il problema che Shakespeare mette in scena non è mai come si prevede, ma cosa si fa con una previsione quando arriva. Esattamente la domanda a cui ogni CRM, ogni algoritmo di lead scoring, ogni tool di analytics cerca di rispondere. Con risultati alterni.


Prevedere è uno dei compiti più antichi dell'uomo — e uno dei più sopravvalutati dalla tecnologia moderna.

Oggi si chiama predictive analytics. I software di CRM promettono di prevedere quale visitatore è pronto ad acquistare. Gli algoritmi di remarketing tracciano ogni movimento e servono l'annuncio giusto nel momento giusto. I tool di marketing automation segmentano i lead per probabilità di conversione e attivano sequenze personalizzate basate su comportamenti passati.
Traducendo: abbiamo sostituito il fegato del bue con il pixel di tracciamento. Abbiamo sostituito Spurinna con un dashboard.
La domanda che vale la pena fare è questa: siamo davvero diventati più bravi a prevedere — o abbiamo solo reso più sofisticato il modo in cui ignoriamo le previsioni?
Perché il problema di Cesare non era la mancanza di dati. Spurinna gliene aveva dati abbastanza. Il problema era la volontà di agire di conseguenza. Ogni giorno nelle PMI italiane succede la stessa cosa. I dati ci sono — Analytics, Search Console, i report delle campagne, i tassi di apertura delle newsletter. Ma quanti li leggono davvero? Quanti cambiano rotta sulla base di quello che dicono? Quanti aspettano che le idi di marzo siano già passate?

Il vero potere predittivo non è nel software.
C'è un equivoco di fondo nell'industria del marketing digitale degli ultimi dieci anni: l'idea che la tecnologia da sola possa sostituire il giudizio. Che un algoritmo ben addestrato possa vedere quello che l'esperienza umana non vede.
A volte è vero. Ma molto più spesso, il valore predittivo reale viene da qualcosa di più semplice e più difficile allo stesso tempo: la capacità di riconoscere i pattern perché li hai già visti, di interpretare un segnale debole prima che diventi un problema, di capire — guardando i numeri di un e-commerce — che il problema non è il traffico ma la fiducia, non è il prezzo ma la chiarezza dell'offerta.
Spurinna non aveva un algoritmo. Aveva decenni di osservazione, un metodo rigoroso, e la capacità di mettere insieme segnali che altri non vedevano o non volevano vedere.
È esattamente quello che fa un buon stratego di marketing. Non indovina — legge. Non prevede con certezza — riduce l'incertezza abbastanza da prendere la decisione giusta nel momento giusto.
Un visitatore che torna sul tuo sito per la terza volta in una settimana e guarda sempre la stessa pagina prodotto non è un numero in un report. È un segnale. È Spurinna che ti dice: le idi di marzo si avvicinano. Si chiama opportunità di conversione — e ha una finestra temporale precisa. Chi sa leggerla e agisce converte. Chi la ignora perde il cliente e non capisce perché.

Da Rimini, ogni giorno.
A Nimaia non siamo aruspici. Non leggiamo il futuro nelle viscere — leggiamo i dati di Analytics, i comportamenti degli utenti, i tassi di conversione per fonte di traffico, i pattern di abbandono del carrello.
Ma la logica è la stessa di Spurinna: raccogliere i segnali con metodo, interpretarli con esperienza, trasformare quella previsione in azione concreta prima che le idi di marzo siano già passate.
La differenza tra un buon partner di marketing e un fornitore di servizi è tutta qui. Il fornitore consegna il report. Il partner ti dice cosa significa — e cosa fare domani mattina.

P.S. — Agli intellettuali che sono arrivati fin qui aspettandosi un'analisi filologica del Giulio Cesare: ci scusiamo. Abbiamo usato il Bardo per parlare di pixel e tassi di conversione. Ma si può amare Shakespeare e lavorare nel marketing digitale — anzi, spesso aiuta. Il Giulio Cesare è pieno di persone che avevano tutte le informazioni giuste e le hanno usate nel modo sbagliato. Suona familiare? Bisogna anche saper giocare.
Giuseppe Ceci

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